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Saggi e Tutorial di Storia e Geografia
Foibe: Memoria e Ricordo (I parte)
a cura di Giacomo Scotti

Introduzione

Ogni anno, dal 2004, il «Giorno del ricordo» viene usato dalla retorica dei partiti della destra italiana che affonda le sue radici nell'ideologia fascista, per cancellare le responsabilità italiane e repubblichine nei massacri in terra slava e per ricordare foibe ed esodo dall' Istria e da Zara in modo, dice Claudio Magris, «regressivo e profanatorio». E alla fine per riattizzare gli odii nazionalistici antislavi all'origine dell'aggressione fascista del 1941.
     Ogni anno, a cominciare dal 2004, celebrando il «Giorno del Ricordo» per ricordare la tragedia delle foibe e dell'esodo, rischiamo inevitabilmente di guastare i buoni rapporti che intercorrono fra i popoli delle due sponde adriatiche. Nel 2007 rischiammo addirittura una crisi con la Croazia che, per fortuna, rientrò nel giro di una settimana. E poi nel 2008 con la Slovenia. Temo però che, a causa delle ferite non rimarginate, il pericolo di rotture continuerà a incombere, soprattutto se da parte italiana si dovesse continuare a ignorare la vera storia, se si continuerà a coltivare una memoria parziale, che non tenga conto dei torti subiti dagli altri, del dolore degli altri, delle tragedie altrui. Queste crisi ricorrenti, oltretutto, mettono in pericolo la coesistenza, la convivenza e la tranquillità della minoranza italiana nel territorio istro-quarnerino, di quei trentamila italiani rimasti in Croazia e Slovenia, che hanno saputo tenacemente e pazientemente costruire, insieme ai conterranei croati e sloveni, una vita di reciproco rispetto, di tolleranza, la convivenza nella multiculturalità. Bisognerebbe però cambiare linguaggio e smetterla di guardare a croati e sloveni come a dei barbari, come li chiamava Mussolini e come li definiscono i neofascisti che oggi scrivono sui muri di Trieste «slavi di merda» e «slavi boia», pensando invece a mettere in mare nuove navi traghetto accanto a quelle esistenti, di cui si servono italiani, croati e sloveni per transitare ogni giorno dall'una all'altra sponda dell'Adriatico e del confine giuliano. In Istria e nel Quarnero, le cui popolazioni hanno visto e subito nel secolo scorso tutte le violenze del fascismo e di altre ideologie nazionalistiche, aggressioni e oppressioni, fino all'esodo, si sa riconoscere il dolore di tutti, dei rimasti e degli esodati, dei profughi di tutte le popolazioni. Le recriminazioni e i rancori tipici di una destra dalle origini fasciste e missine, oggi sono fuori della storia. Certo, la storia non si può cancellare e non va dimenticata ma ciascun popolo deve saper fare i conti con la propria, senza sottacere o negare i buchi neri.


Esagerare, fino all'assurdo

Non si possono giustificare i crimini commessi in Istria tra il 10 settembre e il 4 ottobre 1943 nell'insurrezione contadina seguita alla capitolazione dell'Italia, quei crimini che vanno sotto il nome di foibe; ma nel ricordarli bisognerebbe sempre condannare anche i crimini e le violenze dei fascisti; dall'una e dall'altra parte dovrebbero essere assunte le responsabilità politiche delle rispettive pagine nere del passato. Ognuno ha diritto alla memoria, ma non ci possono essere memorie condivise se basate sulla falsificazione e sul revisionismo storico, e nessuno ha diritto di usare il passato per attizzare nuovi e vecchi rancori.
     Sono fuori della storia e rappresentano un'offesa terribile non solo alla verità storica ma anche alle popolazioni croate e slovene certe truculente fiction cinematografiche prodotte in Italia come «Il cuore nel pozzo» nelle quali in maniera manichea i buoni e le vittime sono tutti italiani, mentre i malvagi e gli assassini sono tutti slavi. A che scopo bollare come barbare intere popolazioni che pure soffersero l'oppressione, la persecuzione, l'aggressione, l'occupazione degli italiani? E perché poi certi avvenimenti storici dolorosi e tremendi come le foibe istriane vengono presentati al di fuori del contesto storico delle «tormentate vicende del confine orientale», senza una seria analisi storica, con l'enfatizzazione, l'esagerazione dei numeri fino all'assurdo?
     Spesso, grazie a una libellistica di stampo ultranazionalistico viene elevata al rango di certezze inconfutabili un'interpretazione della storia del confine orientale che è esclusivamente politica, strumentale, centrata su una chiave nazionale e sulla mitologia nazionalistica, che non tiene conto del male arrecato agli altri e, come dicevo all'inizio, del dolore degli altri.


La "barbara razza slava"

Quando parlo del dolore altrui, ovvero dei cosiddetti «barbari slavi» nostri vicini di casa non alludo soltanto ai 20 anni di oppressione e repressione fascista subita dalle popolazioni croata e slovena dei territori annessi all'Italia dopo la prima guerra mondiale, repressioni che portano centinaia e migliaia di «allogeni» nelle carceri del Tribunale speciale, al confino ma anche davanti ai plotoni di esecuzione, alla cancellazione della lingua e dei cognomi sloveni e croati eccetera in tutto il territorio della Venezia Giulia e del Quarnero; non alludo soltanto ai 350.000 civili montenegrini, croati e sloveni massacrati, fucilati o bruciati vivi nelle loro case durante i cosiddetti rastrellamenti delle nostre truppe che aggredirono l''ex Jugoslavia nell'aprile 1941 occupando il Montenegro, la Dalmazia e parte della Slovenia annettendosi larghe fette di quei territori; non alludo agli oltre centomila civili, compresi donne, vecchi e bambini, che furono deportati e rinchiusi in oltre cento campi di internamento disseminati dalle isole di Ugljan, Molat e Arbe in Dalmazia fino a Gonars nel Friuli ed alle migliaia di essi che non rividero più la loro casa perché falciati dalla fame, dalle malattie e dai maltrattamenti in quei «campi del Duce». Parlo soprattutto delle vendette fasciste, dei crimini compiuti dai fascisti repubblichini italiani al servizio del tedeschi nei territori della Venezia Giulia e del Quarnero dopo l'occupazione di quelle terre da parte della Wehrmacht, della loro annessione al III Reich ovvero alla costituzione della Zona del Litorale Adriatico, dopo la prima decade di ottobre del 1943 e fino alla fine di aprile del 1945.
     Nella sola Istria i tedeschi, con la collaborazione della X Mas italiana, della cosiddetta Milizia Difesa Territoriale italiana inquadrata nei reparti germanici e di altre formazioni militari o paramilitari, massacrarono oltre 5.000 civili, distrussero col fuoco alcune decine di villaggi, deportarono 12.000 altri civili; e tutto ciò per «vendicarsi delle foibe», ovvero per «sterminare la barbara razza slava». In realtà sterminarono italiani, croati e sloveni senza distinzione, all'epoca tutti cittadini italiani al di là dell'etnia. Ma oggi di questo si preferisce non parlare. Invece proprio a questa pagina orrenda dimenticata, oggi vorrei tornare per un attimo.

Continua...


 
 
     
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