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Saggi e Tutorial di Storia e Geografia
Cultura filosofica e scientifica nell'età dei lumi
a cura del dott. ing. Damiano Martorelli

Segue...

Le nuove scienze

La vicenda dell'Enciclopedia è emblematica. Essa testimonia la profonda trasformazione di un sapere che assume a sua base l'ideale empiristico della conoscenza e il modello operativo delle scienze. E proprio queste ultime, infatti, presentano i progressi più importanti. Basti qui ricordare la nascita della chimica con Antoine-Laurent Lavoisier (1734-1794) e la scoperta dell'idrogeno con Henry Cavendish (1731-1810); i grandi progressi della matematica e dell'astronomia con Leonhard Euler (1707-1783) e Joseph-Louis Lagrange (1736-1813); gli studi fisici sui fenomeni elettrici di Benjamin Franklin (1706-1790), Charles-Augustin de Coulomb (1736-1806), Luigi Galvani (1737-1798) e Alessandro Volta (1745-1827). Ma il campo più ricco di scoperte fu quello della biologia: dall'introduzione di criteri di spiegazione rigorosamente meccanici in medicina con Herman Boerhave (1668-1738) alla grande classificazione botanica di Karl Linnaeus (1707-1778). Capolavoro scientifico del secolo furono i 25 volumi della Storia naturale di Louis Buffon, che applica alla natura il metodo newtoniano, formula la prima ipotesi dell'evoluzione della vita sulla Terra e dilata la cronologia dell'universo ben oltre la tradizione biblica (il che ovviamente provocò ripetuti processi e censure ecclesiastiche). Importanti infine gli studi di Lazzaro Spallanzani (1726-1799), il quale dimostra l'impossibilità della generazione spontanea della vita dalla materia. A queste scoperte va affiancata quella scoperta della storia.

L'idea di progresso

    Non è vero che l'Illuminismo sia un secolo antistorico: è vero invece che il '700 scoprì la storia prevalentemente sotto l'influenza della categoria del "progresso", e quindi con una tendenza a mettere i popoli e le culture in una scala ascendente, di cui l'età dei lumi e il trionfo della ragione costituivano il culmine. Ciò limitava e distorceva la comprensione delle varie epoche storiche in se stesse considerate. Essa traspare dalle opere di Charles de Sécondat, barone di Montesquieu (1689-1755). Ma nello Spirito delle leggi Montesquieu sottolinea soprattutto l'interdipendenza dei fenomeni storico-spirituali con le condizioni ambientali, fisiche, geografiche ed economiche. Inoltre Montesquieu formula quel criterio della separazione dei tre poteri dello stato (legislativo, esecutivo, giudiziario) come garanzia di libertà dei Cittadini che è tuttora valido per noi.
    L'idea di progresso permea inoltre l'opera multiforme di Francois Marie e Arouet detto Voltaire (1694-1778), il più emblematico rappresentante della mentalità illuministica. Scrittore, drammaturgo, storico, polemista, filosofo, consigliere di Federico II, ripetutamente condannato da gesuiti, giansenisti e tribunali dello stato, costretto più volte a fuggire da un paese all'altro mentre i suoi scritti (che peraltro andavano a ruba) venivano pubblicamente dati alle fiamme, Voltaire mise al servizio della causa della libertà di pensiero e dell'emancipazione dei popoli il suo stile arguto e incomparabile e la lucida tenacia del suo ingegno critico. Le sue battute fulminanti facevano il giro dei salotti e delle corti d'Europa e ben si può per lui ripetere il motto: "ne uccide più l'ironia che non la spada". Il secolo di Luigi XIV e la Filosofia della storia sono i suoi scritti scientificamente più importanti. Ma il teorico più rigoroso del concetto di progresso fu Jean Caritat, marchese di Condorcet (1743-1794), che si suicidò per motivi politici nel corso della Rivoluzione francese. Nel suo Schizzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano egli si fa profeta di un'umanità futura che, grazie all'incremento delle conoscenze scientifiche e delle riforme politico-sociali, raggiungerà uno stato di perfetta uguaglianza materiale e morale. Scienza, ideologia del progresso, mentalità storico-rivoluzionaria sono poi alla base delle espressioni più estremistiche dell'Illuminismo, rappresentate principalmente da Claude-Adrien Hevetius (1715-1771), Julien Offray de La Mettrie (1709-1751) e Paul-Henry Dietrich D'Holbach (1723-1771). In questi tre autori si va ben oltre la polemica arguta di Voltaire contro i preti e i pregiudizi religiosi. Helvétius nega recisamente ogni realtà soprannaturale: l'uomo non è che un animale intelligente e cioè, come dirà poi La Mettrie, una perfetta "macchina" naturale; ciò che noi chiamiamo spirito non è che l'effetto delle cause materiali interne ed esterne all'organismo. Questo materialismo radicale troverà in d'Holbach il suo completamento nell'ateismo programmatico: le religioni tutte sono un inganno di cui l'uomo deve finalmente liberarsi, se vuole diventare felice individualmente e socialmente. All'opposto di tali tesi si colloca Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che fu uno degli spiriti più originali e creativi dell'Illuminismo. Contro l'idea di progresso Rousseau formulò la tesi di uno stato di natura originario in cui l'uomo era buono, incorrotto e felice. A precipitarlo nella miseria, nell'abiezione e nell'infelicità è proprio quel progresso delle arti e delle conoscenze civili che tutti esaltano. E di qui che nacque l'idea infausta della proprietà privata, e poi la ricchezza, il lusso, i vizi, l'invidia, il delitto e infine le intollerabili disuguaglianze sociali che sono sotto gli occhi di tutti. Questo "mito del buon selvaggio", come allora si chiamò, fece discutere tutta l'Europa. Ma Rousseau ne trasse piuttosto ispirazione per immaginare una radicale riforma dell'educazione che assumesse la spontaneità naturale del fanciullo come guida; di fatto egli fu il creatore della pedagogia moderna. In secondo luogo, nel Contratto sociale (1762) Rousseau delineò uno stato democratico ideale che avrebbe dovuto ricondurre l'uomo sociale e storico all'eguaglianza e giustizia dello stato di natura. Rousseau è così l'ispiratore del radicalismo democratico, che influenzò la Rivoluzione americana e molti altri movimenti politici in Russia e in Europa dall'800 ad oggi. Polemico con l'idea del progresso, Rousseau fu parimenti ostile all'Illuminismo ateo e materialista. Egli difendeva una religione del sentimento, semplice e naturale, e fu principalmente per questo motivo che egli ruppe con gli amici dell'Enciclopedia, il che fu causa di uno dei numerosi scandali che accompagnarono la sua tormentata esistenza.

L'illuminismo in Francia e Germania

In Italia e in Germania troviamo un clima ideologico più pacato e meno originale, soprattutto nel campo specifico delle idee filosofiche. Diverso era del resto il retroterra su cui si andava ad innestare la cultura illuministica stessa. Mentre infatti in Inghilterra e Francia lo stato moderno unitario era già una realtà concreta, per Italia e Germania non erano così, frammentate come erano in tanti piccoli regni e ducati di origine ancora feudale. Le conseguenze non potevano essere più drastiche.
    L'Illuminismo italiano (tra i cui più illustri rappresentanti citiamo Verri, Beccaria, Genovesi ecc.) si segnalò soprattutto per gli studi economici, giuridici e storico-eruditi. In Italia infatti, il dibattito illuministico fu più limitato, e circoscritto a ben eterminate aree. I domini austriaci, soprattutto nel periodo di Maria Teresa d'Austria, e più limitatamente, con il figlio Giuseppe II, conobbero il periodo più florido di quell'impegno degli illuministi italiani in favore del progresso dello Stato. L'esempio dei fratelli Verri è il più emblematico: funzionari dell'amministrazione imperiale, essi contribuirono, anche tramite una rivista rimasta famosa, il Caffè, al dibattito delle idee che giungevano d'oltralpe, limate e adattate alla realtà della Milano asburgica, e contribuendo a fare dell'amministrazione asburgica una delle più aperte e illuminate dell'epoca. In campo giuridico si distinse Cesare Beccaria con il suo Dei Delitti e delle Pene (1764), che grande risalto ebbe anche oltralpe (fu tradotto anche da Voltaire).
    Molto più limitato fu l'impatto nelle altre parti d'Italia: una discreta apertura conobbero i ducati sotto stretta influenza asburgica (Toscana, Parma, Modena), mentre la Serenissima Repubblica di Venezia, che pure fu tra le più attive nella diffusione dei libri dedicati alle idee illuministiche (grazie ad una ricca tradizione di stamperie che non ha eguali in Europa), paradossalmente assorbì solo in modo limitato le idee dell'età dei lumi, ormai avviata verso un declino in cui la classe dirigente la stava conducendo, governando con inerzia uno stato altrimenti ancora vivace nel dibattito letterario dell'epoca, grazie ad una secolare e internazionalmente rconosciuta indipendenza. Limitato per non dire assente fu invece l'impatto sullo stato sabaudo e sul Regno di Napoli, mentre apertamente ostile come detto fu lo Stato della Chiesa (che osteggiò tramite i gesuiti le idee illuministiche).
    Situazione in parte più dinamica troviamo invece nel mondo tedesco, dove troviamo una frammentazione in tanti piccoli regni e ducati, solo formalmente sottoposti al Sacro Romano Impero degli Asburgo, ma che comincia a risentire di una situazione in cui l'emergente Prussia sta accrescendo la propria influenza in concorrenza proprio agli Asburgo. In questo contesto l'illuminismo tedesco si distinguesse per il confronto tra scienza, filosofia e religione, nonché per l'attenzione alle teorie estetiche (Wolff, Lessing, Baumgarten).
    Ciò non toglie che proprio in questi due contesti culturali troviamo due delle più profonde menti di tutto il '700: Giambattista Vico (1668-1744) e Immanuel Kant (1724-1804). Il caso di Vico, in verità, è un. po' particolare, poiché egli si formò del tutto indipendentemente dalle tesi illuministiche, partendo dallo studio degli antichi e, tra i moderni, passando per Bacone e Cartesio. Non compreso dai contemporanei, sarà riscoperto solo dopo la sua morte, e le sue idee troveranno vasta econ in Italia e non solo. Kant si formò invece all'interno della cultura illuministica. Fu proprio lui a definire emblematicamente l'Illuminismo come l'età nella quale l'uomo usciva dallo stato di minorità e di tutela cui l'avevano costretto da millenni la religione e lo stato, per divenire finalmente adulto, cioè capace di giudicare le cose e di governarsi con la propria ragione, e deciso a ubbidire, in tema di valori morali, a un solo tribunale: quello della propria coscienza. Fu soprattutto la morale kantiana a influenzare potentemente i contemporanei. Quella di Kant è una delle più alte filosofie dell'intera storia del pensiero occidentale. Egli cercò di risolvere il problema posto da Hume: se la conoscenza umana deve necessariamente basarsi sull'esperienza, come possiamo parlare di conoscenze universali e necessarie a proposito della natura? L'esperienza infatti ci dice solo come stanno ora le cose, ma non ci consente di affermare che esse saranno necessariamente anche in futuro come le nostre abitudini ci fanno credere. Contro questo sottile scetticismo Kant opera quella che venne chiamata "la rivoluzione copernicana nel campo della conoscenza". Se è vero che il contenuto dell'esperienza non può mai essere predetto con certezza, tuttavia la forma dell'esperienza dipende dal modo umano di conoscere, cioè dalle leggi logiche del pensiero. È su queste che di fatto si fonda la scienza nella sua ricerca di leggi generali valide universalmente. Ciò indica inoltre il compito della filosofia, che non è né una scienza degli oggetti sensibili, né di quelli soprasensibili, come pretende la metafisica tradizionale. Essa invece ha la funzione di analizzare "criticamente" i limiti conoscitivi e le capacità legittime della ragione. Questa svolta impressa da Kant all'idea stessa della filosofia diventerà il punto di riferimento obbligato per gran parte della filosofia dell'800.

 
     
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