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Saggi e Tutorial di Storia e Geografia
Cultura filosofica e scientifica nell'età dei lumi
a cura del dott. ing. Damiano Martorelli

Introduzione

L'illuminismo, ovvero l'età dei lumi viene anche definita come "il secolo filosofico". Questa espressione venne coniata anzi da uno dei più grandi illuministi, il D'Alembert. Non c'è dubbio che le idee filosofiche produssero, nel corso del '700, effetti culturali e sociali rilevanti ed evidenti, percepibili da un ampio pubblico, come prima di allora non era mai accaduto. Questo particolare impulso innovatore, e talora anche rivoluzionario, della filosofia si spiega con l'influenza di vari fattori. Primariamente con la vittoria della lunga battaglia che, dal Rinascimento e per tutto il '600, la nuova filosofia e la nuova scienza avevano unitamente combattuto contro la cultura scolastica medievale. Da questa vittoria emersero quei grandi sistemi di pensiero filosofico e scientifico che con la ricchezza delle loro scoperte erano destinati a esercitare un'influenza profonda sullo sviluppo delle idee moderne.
   Cartesio, Locke e Spinoza, furono in proposito emblematici. La loro eredità venne continuata da pensatori come gli inglesi George Berkeley (1685-1753) e il conte di Shaftesbury (1671-1713), o come il francese abate di Condillac (1715-1780), per non dire ovviamente di Hume e di Kant, sui quali avremo modo di ritornare tra poco. Tesi audaci e sottili come quella di Berkeley, che negava l'esistenza del mondo materiale e riduceva ogni realtà al pensiero, oppure l'analisi suggestiva delle sensazioni con la quale Condillac cercava di spiegare il processo che rende l'uomo capace di pensare e di parlare, a differenza degli altri animali, coinvolsero il pubblico e divennero oggetto di discussioni e polemiche. L'esempio di Condillac della statua di marmo cui vengono idealmente conferite, una dopo l'altra, le capacità sensitive del tatto, dell'udito, della vista ecc., sino a che, per l'influenza dei contenuti sensibili dei quali la statua verrebbe via via a disporre, la statua stessa si troverebbe in condizione di formulare pensieri e discorsi, senza bisogno di dover ipotizzare in essa la presenza di un'anima immateriale di derivazione divina, era di tale provocatoria efficacia da suscitare emozione e polemica, curiosità e scandalo. Idem dicasi del tentativo dello Shaftesbury (che influì profondamente su tutta la cultura illuministica europea) di mostrare che i valori del bene e del bello si radicano sul sentimento e sull'istinto, molto prima che su concetti o idee razionali. Ne deriva una nuova concezione del gusto estetico e soprattutto la tesi (sempre più diffusa nel '700) secondo la quale la morale non abbisogna della religione, e in particolare della religione cristiana, per fondarsi e giustificarsi: anche l'ateo può nutrire sentimenti morali non meno nobili e non meno perfetti di quelli dell'uomo religioso. Lo sviluppo che gli ideologi francesi daranno di questa tesi perverrà anzi alla conclusione estrema: l'ateo, che non si aspetta né ricompense né castighi nell'aldilà, è in grado di seguire una morale ancora più pura e indipendente di quella che ispira l'azione dell'uomo religioso. Ciò porta al riconoscimento della totale autonomia della religione morale (autonomia da ogni rivelazione e da ogni tutela delle istituzioni religiose o statali) che rivendicherà nel modo più alto e perfetto Kant. Così, la filosofia del '700, mettendo a frutto i progressi dei grandi sistemi speculativi del '600, interviene su temi e problemi che sono di interesse generale e coinvolgono la vita e le convinzioni di tutti, compresi i non filosofi ed i non dotti.

Il metodo newtoniano

I due massimi geni della scienza e della filosofia tra '600 e '700 e che di fatto incarnarono il passaggio ideale tra questi due secoli furono Isaac Newton (1642-1727) e Gotfried Wilhelm von Leibniz (1646-1716). La scienza dell'Illuminismo fu infatti interamente newtoniana: sia perchè adottò la teoria della gravitazione universale formulata da Newton, e quindi la conseguente concezione generale dell'universo non più geocentrica, come fondamento comune di tutte le indagini scientifiche; sia perchè imitò il metodo newtoniano (impeccabilmente fondato sull'unione di matematica e di esperienza) e Io applicò a ogni campo particolare di indagine. Leibniz invece fu un genio universale, unico nella cultura europea: diede contributi determinanti a filosofia, matematica, fisica, storia; per primo intrecciò relazioni epistolari con i dotti dell'estremo Oriente, intuendo il destino universalistico della scienza e della civiltà europee; si adoperò anche al generoso tentativo di riunificazione e pacificazione di tutte le chiese cristiane ed esercitò un'intensa attività politica come consigliere del duca di Hannover (divenuto poi re d'Inghilterra), incarnando per primo quella figura di grande intellettuale come consigliere al servizio dei sovrani illuminati d'Europa e dei loro progetti di riforma politica e sociale, figura che diverrà poi tipica dell'età dei lumi e che troverà in Voltaire e in altri ulteriori realizzazioni.
    Leibniz fu l'iniziatore della nuova logica "combinatoria", arte del ragionamento basata su segni algebrici e sul calcolo matematico (geniale anticipazione della logica matematica, destinata a svilupparsi nell'800 e soprattutto nel ventesimo secolo). Riconducendo il ragionamento ai segni e ai procedimenti esatti della matematica, Leibniz mirava a eliminare le infinite polemiche ideologiche che da sempre dividevano i filosofi e gli uomini in genere. Seguendo questi studi Leibniz pervenne anche alla scoperta del calcolo infinitesimale in matematica. Per vie del tutto indipendenti vi giunse anche Newton sicché tra i due grandi studiosi si accese un'aspra e spiacevole contesa circa la priorità dell'invenzione, contesa che lasciò una lunga eco tra gli esponenti delle due scuole scientifiche tedesca e inglese.

Il primato della filosofia

   In un'Europa soggetta a rapide e talora tumultuose trasformazioni economiche, istituzionali e sociali, appena uscita dagli orrori delle guerre e delle contese religiose e ormai avviata a quella che gli storici chiamano la prima rivoluzione industriale, i valori della ragione si impongono come logica soluzione dei contrasti dettati dal pregiudizio, dal fanatismo, dalla ristrettezza delle tradizioni particolari. Accadde così che la filosofia illuministica, rovesciando un primato che un tempo era stato esercitato per un verso dalla religione e per un altro dalla poesia e più in generale dalla letteratura, dettasse di fatto i principi ideali dell'uomo moderno, principi ai quali si ispirarono i codici rinnovati delle leggi, le teorie e le istituzioni pedagogico-scolastiche, gli statuti delle accademie, delle università e degli albi professionali delle scienze, delle arti, dei mestieri. L'ideale filosofico della verità e della conoscenza razionale del mondo e dell'uomo permeò di sé i ceti superiori ed emergenti, dall'aristocrazia alla borghesia, informò i costumi della vita pratica. Un terzo motivo del primato della filosofia si collega con l'evidente e rapido incremento della ricchezza e delle tecniche produttive, associato all'ancor più rapido e stupefacente progresso delle conoscenze scientifiche in ogni campo dello scibile, con la conseguente nascita di nuove discipline (economia, chimica, biologia, archeologia, linguistica, ecc.). L'impatto di tutte queste novità sulla società del '700 travolse antiche e antichissime abitudini, valori e tradizioni consolidate, generando fatalmente gli opposti eccessi: entusiasmo sconsiderato e ostilità sorda e rancorosa contro ogni cambiamento. L'uomo del '700 sperimentò quindi per la prima volta l'effetto di spaesamento, di perdita di coordinate e di saldi riferimenti: gli uomini del '600 avevano un passato di 6000 anni (quelli stabiliti dalla Bibbia, per tutta la storia della creazione), mentre gli uomini dell'età di Kant erano consapevoli di un passato di milioni di anni. La riflessione sulla lunghezza della storia umana, sulla sterminata antichità delle nazioni si svolge in questi stessi anni e, in molti casi, appare intrecciata alle discussioni sul divenire della natura e della storia della Terra.
    L'uomo si era concepito, per molti secoli, al centro di un universo limitato nello spazio e nel tempo e creato a suo beneficio. Si era costruito una storia di poche migliaia di anni che identificava l'umanità e la civiltà con le nazioni del Vicino Oriente e poi con la Grecia e con Roma. Si era pensato diverso, per essenza, dagli animali: signore del mondo esignore e padrone dei suoi pensieri. Nel nuovo secolo, il '700, si assiste alla distruzione di tutte queste certezze, con una diversa, meno narcisistica, ma certo più drammatica immagine dell'uomo. Si ha cioè lo "sradicamento" illuministico dalle certezze del passato e la sconvolgente scoperta della storia. Proiettato su una scena grandiosa quanto inattesa, l'uomo del '700 ebbe, per dir così (ma l'espressione poi è del giovane Hegel), «bisogno della filosofia»: per misurare, comprendere e familiarizzarsi con una nuova e preoccupante collocazione, cui non l'avevano preparato le concezioni religiose tradizionali e le antiche saggezze. Dal centro dell'universo in cui fino a quel momento l'uomo si era creduto, d'un tratto si scoprì solo un componente come tanti di un universo più grande in senso spaziale e temporale. La rivoluzione culturale aveva avuto inizio.

Illuminismo in Inghilterra e Francia, e l'Encyclopedie

La filosofia illuministica ebbe la sua nascita in Inghilterra, ma fissò poi la sua patria d'elezione in Francia, per diffondersi di qui in tutta Europa. Ciò accadde anche per il diverso, clima politico e sociale, dato che in Inghilterra le idee illuministiche giunsero presto al potere, ispirando già con Locke e poi con David Hume (1711-1776) e con l'economista Adam Smith (1723-1790), fondatore della Scienza economica e del liberismo, principi di una moderna monarchia liberale, aperta agli ideali e ai bisogni della emergente classe borghese. In Francia invece, alla conquista delle leve economiche da parte della borghesia sin dal tempo di Luigi XIV, non aveva fatto riscontro un'analoga trasformazione politica. Il potere era rimasto al sovrano, espressione di una monarchia assoluta per diritto divino, alla corte, ai nobili, al clero. Le idee illuministiche rivestirono pertanto in Francia il carattere di una vera e propria battaglia politico-ideologica che nel fervore della lotta venne fatalmente radicalizzandosi, per passare infine dai concetti alle cose, dalle idee all'azione rivoluzionaria: nel momento in cui il potere si mostra sordo alle nuove idee, lo scontro per abbattere i redisui di un mondo visto ormai come retaggio di un passato cristallizzato e non più accettabile diventa inevitabile.
    Sono i celebri philosòphes francesi a prendere coscienza del significato politico della filosofia e della cultura e a disegnare quella combattiva figura dell'intellettuale "impegnato" sul fronte dei valori e dei diritti materiali e morali di tutti gli uomini, senza differenze di razza o di ceto, che è una delle eredità più importanti del pensiero illuministico. E sono i philosòphes a inventare gli strumenti pubblici della "critica filosofica", atta a determinare, con il diffondersi della stampa, dei giornali, delle enciclopedie, la pubblica opinione: nuova ed essenziale categoria della vita e dell'azione politica, che non cesserà di accrescere la propria importanza sino ai nostri giorni.
    Episodio emblematico fu la battaglia dei philosophes per la compilazione e la diffusione di una grande Enciclopedia Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri. Già nel corso del '600 erano apparsi i primi dizionari enciclopedici. Di tutti il più famoso fu quello di Pierre Bayle (1647-1706), che osò criticare con argomenti storici e razionali la superstizione e il fanatismo religiosi e che ispirò largamente gli illuministi. Furono in particolare Denis Diderot (1713-1784) e Jean Le Rond D'Alembert (1717-1783) a concepire inizialmente un'opera che mettesse a disposizione del pubblico il quadro generale di tutte le conoscenze umane, criticamente esposte e razionalmente organizzate, con approccio empirico e newtoniano: impresa il cui fine evidente era l'innalzamento del livello culturale e della consapevolezza politico-sociale del pubblico dei lettori. Diderot e D'Alembert associarono all'impresa un gran numero di collaboratori, tra i quali i nomi più famosi della cultura illuministica, come Voltaire, Montesquieu, Buffon, Rousseau, Quesnay, Turgot, Forbonnais ecc. Nel 1750 Diderot pubblicò il piano dell'opera, raccogliendo un gran numero di sottoscrizioni. L'anno dopo ed il successivo apparvero i primi due volumi che suscitarono enorme curiosità e interesse, e costituirono un avvenimento culturale senza precedenti. Ma al successo clamoroso si accompagnò subito la polemica: i gesuiti scesero in campo con tutto il loro potente apparato di relazioni e di forza di pressione, e accusarono pubblicamente l'Enciclopedia di corrompere i costumi e di minare l'autorità dello Stato. Anche lo Stato era diviso: una parte della corte, come il Malesherbes e Madame de Pompadour, favoriva più o meno apertamente gli enciclopedisti, tra i quali del resto erano anche funzionari statali e membri dell'aristocrazia, che spesso firmavano le voci enciclopediche da loro scritte con pseudonimi onde evitare censure. Tra il 1753 e il '57 si arrivò al settimo volume, in mezzo a continue difficoltà: i gesuiti arrivarono ad accusare gli enciclopedisti di complotto in favore di Federico II di Prussia (si era al tempo della Guerra dei sette anni) e diffusero ovunque libelli e satire contro l'Enciclopedia. Anche il fronte degli enciclopedisti finì per dividersi: i collaboratori più moderati presero le distanze dalle tesi più radicali; Rousseau prese a sua volta le distanze dall'ideologia progressista, e via dicendo. All'inizio del 1759 il Parlamento di Parigi condannò l'opera; seguì la solenne condanna di papa Clemente XII.
    D'Alembert a questo punto si arrese; non così Diderot. In maniera fortunosa quanto coraggiosa riuscì a salvare dalla confisca l'immenso materiale già accumulato e poi proseguì da solo l'impresa, sotto la continua minaccia di venire scoperto ed arrestato. Il lavoro degli ultimi dieci volumi dell'opera (che venne dopo alcuni anni liberata dall'interdetto) gravò quasi interamente sulle sue spalle. Egli ha scritto: «Abbiamo avuto come avversari la corte, i grandi del regno, i militari, i preti, la polizia, i magistrati, i letterati che non partecipavano all'impresa, il bel mondo e tutti quei cittadini che si lasciarono trascinare dalla folla». Diderot compose certamente più di mille voci; visitava le botteghe e i laboratori degli artigiani e studiava le loro macchine che poi riproduceva nel testo in splendide incisioni. È questo infatti l'apporto più originale dell'Enciclopedia: quello di presentare non soltanto il sapere astratto delle scienze tradizionali, ma anche la nuova sapienza pratica e tecnica, secondo la concezione galileiana e baconiana della scienza.

Continua...

 
 
     
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